Simone Weil. Sopportare il vuoto

Luogo
Complesso Museale Cattedrale, Lucca
Periodo
Sabato 17 ottobre, ore 21.00

di e con Giulia Perelli

L’appartenenza è un istinto basilare dell’essere umano. Far parte di un gruppo permette la sopravvivenza fisica dell’individuo. La lealtà ad un sistema familiare, politico, culturale o sociale, protegge, conserva, assicura la vita. Ma è una lama a doppio taglio: può ripetere schemi, dà spazio alle ipnosi di massa, a guerre in cui si diventa ciechi di fronte all’altro; consolida credenze e dogmi che spesso portano lontano dalla realtà. Le ideologie diventano forme di infantile sicurezza, palliativi per colmare l’incertezza e il mistero della Verità. Trasgredire allora diventa un atto di responsabilità, maturità, creatività. Apre, rompe il sistema, dà una nuova vita. L’indipendenza è una strada che si arma del dubbio consapevole, richiede continuamente di testare i propri occhi, il proprio sentire e di conseguenza il proprio pensare ed agire di fronte alla Realtà. Sopportare il Vuoto del non sapere. Ispirata dalla figura di Simone Weil, rifletto sull’indipendenza critica che ha dimostrato di praticare nel corso della sua breve vita. Una figura controversa, eccezionale: era ricca e visse povera, era ebrea a credette in Cristo ma non volle aderire alla chiesa, era pacifista e combatté la guerra, era rivoluzionaria e divenne riformista. Per lei il vero nemico era qualunque sistema che riducesse le operazioni dell’intelligenza dell’individuo, la libertà personale, le illuminazioni dell’amore. Ogni umano ha le sue cecità. Nella messa in scena di questo spettacolo vorrei partire da questo buio, in cui si apriranno feritoie di luce, fiammelle di visione, fino alla luce totale. Vorrei riflettere su come l’individuo possa iniziare a vedere seguendo la bussola del dubbio, del pensiero critico unito al pensiero del cuore, che svela, rivela, trasforma. L’amore non è cieco, l’amore riconosce ciò che è.  Attraversare le ombre, riconoscere il bisogno, umanizzarsi, perdere ogni atteggiamento di potere e dominio, allenare la libertà personale. Rompere movimenti automatici e scoprire una nuova danza, dove l’umana esistenza è minuscola davanti al mistero. Vorrei che lo spettacolo fosse un incontro con Simone Weil. Nell’intimità e nella quotidianità di una piccola cella monacale, senza la distrazione delle “cose”, il suo raccoglimento, il suo pensiero, la sua ricerca interiore, aprono la strada di una coscienza intransigente, e della massima forma d’amore, l’attenzione. Un pensiero complesso, inafferrabile come la verità, ma che può innescare nuovi problemi, maggiori stratificazioni dell’esistenza, penetrare nell’umiltà del dubbio come atteggiamento, favorendo così la conoscenza, la relazione e la meraviglia pura, di fronte a se stessi e agli altri esseri. Attraverso il mistero del teatro, che muove tutti gli animi, vorrei attivare un processo di rappresentazione della cecità che aspira a vedere la verità, la grande guaritrice. Un’iride enorme vista attraverso uno strumento ottico. Una scultura di lenti, specchi, prismi e un cannocchiale, attraverso sui riflettono barlumi luminosi. Un’installazione entro cui Weil si muove, in un teatro di ombre e voci, con una danza che possa risvegliare a ciò che per me è davvero sacro: il Reale.